Europa e Data retention: la Corte di Giustizia UE invalida la direttiva sulla conservazione dei dati di traffico

Una sentenza della Corte di Giustizia di ieri, 8 aprile, ha dichiarato invalida la direttiva 2006/24/CE sulla conservazione dei dati. La normativa europea, recepita in Italia con il d.lgs 109/2008 che ha modificato l’art. 132 del Codice per la Privacy, ha come obiettivo l’armonizzazione della normativa a livello europeo sulla conservazione dei dati di traffico generati o trattati da fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di una rete pubblica di comunicazione per fini di giustizia.

La direttiva è stata voluta nel 2006 dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’UE a seguito degli attacchi terroristici di Londra e Madrid, ponendosi come strumento per il perseguimento di reati gravi come quelli legati alla criminalità organizzata e appunto al terrorismo. A tal fine si è imposto a coloro che mettono a disposizione del pubblico servizi di comunicazione elettronica su reti pubbliche di comunicazione di conservare i dati di traffico degli utenti per un periodo che in Italia non può essere superiore a 24 mesi per i dati relativi al traffico telefonico e a 12 mesi per quelli telematici, escludendo dal trattamento i contenuti delle comunicazioni.

La Corte ha ritenuto la direttiva troppo ingerente nella vita privata dei cittadini europei e non, soggetti alla normativa. E’ stato infatti valutato che le conservazione dei dati e il successivo utilizzo avvengano senza che l’abbonato o l’utente registrato ne siano informati e ciò possa ingenerare negli interessati la sensazione che la vita privata sia oggetto di costante sorveglianza.

Sebbene la Corte abbia giudicato che l’interesse relativo alla sicurezza sia senz’altro degno di protezione, ha ritenuto comunque che la direttiva in questione ecceda i limiti imposti dal principio di proporzionalità, nonostante l’esclusione esplicita del contenuto delle comunicazioni. Come affermato dal Commissario alla Giustizia, Viviane Reding, si è imposto il principio secondo cui la sicurezza non è un “super-diritto” capace di prevalere sulla protezione dei dati.

Quello che è stato ravvisato, pertanto, è proprio una carenza di regolamentazione a tutela degli interessi degli utenti, e sono stati evidenziati i seguenti punti:

– in primo luogo non si fa alcuna distinzione fra gli utenti e nessuna differenziazione, limitazione o eccezione in ragione dell’obiettivo della lotta contro i reati gravi;

– le autorità nazionali sono state lasciate sole nella determinazione dei “reati gravi”, senza la predisposizione di criteri certi ed oggettivi;

– riguardo alla durata della conservazione, la stessa è fissata in un minimo di 6 e un massimo di 24 mesi senza che però siano previsti criteri oggettivi per determinare la durata effettiva rispetto ai singoli reati;

– si è poi constatata una carenza di tutela rispetto al rischio di abusi;

– infine non vi è alcuna garanzia che i dati vengano conservati all’interno dell’UE .

A trovare soddisfazione in questa importante decisione è senz’altro la società civile che vede finalmente affermato il proprio diritto ad un’ingerenza non giustificata, ma anche le Telco che hanno da sempre subito a proprie spese gli obblighi di conservazione dei dati a danno in particolare delle piccole e medie imprese.

In ultimo, si fa notare che la presente sentenza non pregiudica le legislazioni nazionali di attuazione della direttiva, le quali saranno coinvolte solo quando verrà colmato a livello europeo il vuoto legislativo lasciato dalla Corte di Giustizia.

I Giudici degli Stati membri avranno la possibilità, nell’ambito di una controversia che li coinvolga, di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione o alla validità di un atto dell’Unione. Con la sua pronuncia la Corte non entrerà nel merito della questione nazionale e spetterà a quest’ultimo Giudice risolvere la causa conformemente alla pronuncia della Corte.

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